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Premier League, il razzismo dilaga: Abramovich investe in un fondo per combatterlo

ROMA – Galoppa sempre più in modo preoccupante il razzismo nel calcio inglese, con i social che sono diventati la nuova arena dove insultare i calciatori di Premier League. Proprio per questo, Roman Abramovich, proprietario del Chelsea, nelle ultime ore ha deciso di investire personalmente nel fondo che si occupa di combattere questa tipologia di abusi. La decisione dopo gli attacchi al suo atleta, Reece James: "Sono inorridito per quanto accaduto a James – le parole del patron dei Blues -. Non voglio che episodi del genere si verifichino oltre e voglio che il nostro Club si metta in prima linea per combattere antisemitismo, razzismo e abusi di questo tipo. Ho quindi diretto il consiglio di amministrazione per aumentare ulteriormente gli sforzi del club in questo settore e personalmente dirigerò più fondi verso questo importante lavoro".

Insulti a Rashford, Tuanzebe, Martial, James e Sawyers

Nella tre giorni di Premier League giocata dal 27 al 30 gennaio scorso, sono state disputate dodici gare, sei della ventesima giornata e sei della ventunesima. Nel corso della mattina di domenica 31 gennaio la polizia di Manchester, insieme a parte del Governo Britannico, si è mossa per aprire "dure investigazioni" sui casi di razzismo da social media provocati ai danni di alcuni calciatori. In particolare, nel mirino sono finiti Marcus Rashford e i compagni dello United Axel Tuanzebe e Anthony Martial, il difensore del Chelsea Reece James e il centrocampista Romaine Sawyers del West Bromwich Albion.

Scendono in campo la polizia e il Principe William

La polizia di Manchester si è espressa così: "Sappiamo che alcuni giocatori del Manchester United sono stati vittima di abusi razzisti sui propri social media. Nella nostra società non c'è spazio per questo tipo di cose, per questo investigheremo duramente sui fatti accaduti". Ha detto la sua anche il Principe William, che è Presidente della FA: "Siamo tutti responsabili di creare un ambiente dove questo tipo di abusi non sono tollerati, e in cui coloro che si macchiano di tali azioni dovranno renderne conto. Questa responsabilità è estesa anche a coloro che detengono le piattaforme social e le gestiscono". Un pensiero condiviso dallo stesso Marcus Rashford che, sempre su Twitter, ha scelto di denunciare non gli artefici, ma il fatto in sé, per sottolineare una volta di più come sia fondamentale che anche coloro che gestiscono le piattaforme social si assumano le proprie responsabilità.

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